LA BUONA IDEA DI TS’AI LUN (a.105 d.c.)

A pochi passi dal portone di ingresso della sala dell’Imperatore cinese Ho-ti, Ts’ai Lun si fermò chiedendosi se ce l’avrebbe fatta a tenere la testa attaccata al collo.

L’idea che aveva avuto era buona, ne era convinto.

Quello che però non riusciva ancora ad immaginare era la reazione dell’Imperatore. Ho-ti non era conosciuto nel Regno come una persona particolarmente aperta alle idee rivoluzionarie.

O alle idee in generale.

Era un discreto governante, piuttosto sensibile alle esigenze dei suoi sudditi, dei contadini e della Corte. Ma niente di più. E aveva la deprecabile tendenza ad alterarsi quando non riusciva a capire esattamente cosa gli stesse dicendo chi gli stava davanti. Una volta aveva fatto tagliare la testa a un importante commerciante che aveva preso la pessima iniziativa di chiedergli un incontro riservato per perorare non si sa bene quale causa: il fatto era che il commerciante era balbuziente, e l’Imperatore aveva pensato che lo stesse prendendo in giro. La testa del poveretto era rimasta appesa a una picca fuori dal suo negozio per tre giorni di fila.

Ts’ai Lun rabbrividì. Alla sua testa ci teneva.

Però quello che aveva da proporre al suo capo era così interessante che valeva la pena di correre qualche rischio. Bastava usare le parole giuste, si disse. Giuste e, sicuramente, molto semplici.

Ts’ai Lun era l’ufficiale imperiale “responsabile per gli armamenti e la tecnologia” (Shang Fang Si era il titolo onorifico) e nella Cina della dinastia Han quello era davvero un incarico prestigioso e ben retribuito.

In più, Ts’ai Lun era anche un eunuco.

Le due cose non sempre erano strettamente correlate, ma nel suo caso avere un notevole cervello, una certa ambizione e oltre a tutto non rappresentare un pericolo per le donne di Corte, per le figlie dell’Imperatore o, peggio ancora, per le sue concubine, aveva certamente contribuito positivamente alla sua carriera.

La cosa che adesso teneva nascosta nella sua tunica e che voleva mostrare direttamente a Ho-ti non era sicuramente un armamento, ma forse poteva farla rientrare tra le scoperte “tecnologiche”. E in qualche modo poteva cambiare molte cose. Quante ancora non sapeva. Ma molte, ne era certo.

Aveva deciso di chiamarla “Carta”.

Era solo un piccolo quadrato di materiale, ma l’avrebbe fatta passare per una sua importante invenzione. Era sicuro che Ho-ti non avesse visto prima di allora esemplari come quello che portava con sé. Certo, qualcosa di simile veniva già utilizzato come imballaggio, perlopiù per i medicinali. E alcuni esploratori che Ts’ai Lun utilizzava per girare la Cina in cerca di informazioni o idee interessanti per il suo ministero gli avevano riferito di aver trovato qualcosa di simile nelle zone centrali più umide, ma che ovviamente, visto il clima di quelle aree, i pezzi di quel materiale non resistevano a lungo integri.

Ts’ai Lun si passò una mano sulla fronte e deterse il sudore che gliela stava imperlando.

Avrebbe dovuto inventarsi una storia. Ma non plausibile. Proprio l’opposto.

Non poteva certo spiegare all’Imperatore che alcuni dei Saggi in varie parti del Paese avevano scoperto che degli strani filamenti di materiale potevano essere ottenuti da fonti come le cortecce, il legno, il cotone, le alghe e persino le reti da pesca; che queste fibre si ricavavano dopo essere state a lungo tagliate, battute, cotte e impregnate prima di poter essere separate; che solo dopo innumerevoli prove era stata creata una soluzione acquosa: e che poi l’uso di un setaccio particolare a maglie molto strette sperimentato in una delle province dell’Ovest avrebbe consentito di ottenere un rivestimento omogeneo di fibre senza grumi, da lasciar essiccare.

No, non poteva dirglielo.

A metà della seconda frase Ho-ti avrebbe cominciato a fissare la base del suo collo per valutare il punto migliore dove far passare la spada del boia.

Ci voleva qualcosa di più fantasioso. Qualcosa che avrebbe potuto diventare una leggenda, che avrebbe dimostrato la lungimiranza del suo Imperatore.

Ripassò mentalmente la storia che si era immaginato, e gli sembrò accettabile. Non perfetta, ma forse sufficiente.

Gli avrebbe detto che era seduto pensieroso sulla riva dello stagno del Castello che le donne di fatica utilizzavano come lavatoio, cercando di trovare il modo di rendere più importante e benvoluto il suo Sommo Padrone, quando si era accorto che delle fibrille che si erano staccate dai panni strofinati e sbattuti dalle lavandaie avevano formato una sorta di tessuto. E che questo dopo un paio di ore si era seccato e si era magicamente trasformato in un foglio piuttosto consistente di colore biancastro. Che su consiglio del Dio Dong-Yue Da-Di (generoso protettore della Dinastia) aveva deciso di portarselo nei suoi alloggi e aveva provato, sempre su suggerimento del Dio, a scriverci sopra. E, sempre magicamente, questo aveva funzionato.

Sì, poteva andare.

Perché Ts’ai Lun si era convinto che la “carta” sarebbe stata perfetta per sostituire tutte quelle materie che si usavano fino a quel momento per scrivere e che creavano solo problemi di gestione e conservazione. E avrebbe spiegato al suo re che grazie alla “carta” gli storici avrebbero potuto tramandare le sue gesta su qualcosa che sarebbe durato per sempre.

Questo avrebbe davvero cambiato tutto. I testi, le registrazioni, gli archivi, la burocrazia imperiale, gli annali storici, gli scambi commerciali. Tutto.

Emise un sospiro.

Sistemò il suo indumento più bello che aveva indossato per fare buona impressione e allungò la mano verso i battenti del portone dopo che le guardie gli ebbero fatto segno che poteva entrare.

È una buona idea, ripeté a se stesso. Anzi, è un’ottima idea. Devo solo farglielo capire.

E così, spingendo il portone, entrò nella sala chiedendosi ancora una volta se ne sarebbe mai uscito vivo.

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