IL PIU STRANO BOMBARDAMENTO DI TUTTI I TEMPI

Nel 1944 in un campo vicino a Bly, nell’Oregon, USA, sei uomini rimasero vittime del più sbilenco bombardamento di massa che si conosca.

A pochi mesi dalla fine della Seconda Guerra Mondiale dal Giappone erano partiti novemila oggetti volanti carichi di ordigni per seminare il panico negli Stati Uniti della costa occidentale. Quello che alla fine ottennero furono in pratica un paio di incendi nei boschi dello stato di Washington e, appunto, la morte di quei sei sventurati. I quali, peraltro, avevano fatto tutto da soli maneggiando uno strano pallone di carta con una bomba inesplosa attaccata.

Perché proprio di quello si trattava: l’innovativa arma “Fu-Go” giapponese, un pallone aerostatico di carta di quattro metri di diametro con attaccate tre bombe e un detonatore a tempo.

Ci erano voluti quasi dieci anni al tenente generale giapponese Reikichi Tada e alla sua squadra per escogitare quel bel marchingegno. E ci si erano applicati come normalmente fanno i giapponesi: con tutta una serie di calcoli complessi e prove sul campo, che avevano portato a un’ipotesi di 60 ore necessarie ai palloni per attraversare il Pacifico; a valvole che mantenessero i palloni a un’altezza costante evitando di farli esplodere anticipatamente per l’eccessivo avvicinamento al sole o al loro sgonfiamento nelle ore notturne; a sacchetti di sabbia rilasciati progressivamente fino a portare – e sganciare – una bomba antiuomo e due incendiarie sul territorio del diavolo americano.

E, tra l’altro, tra le cose che avevano scoperto c’era anche il fatto che la carta era di gran lunga meglio della seta con cui avevano inizialmente costruito i palloni, perché essendo più leggera avrebbe portato più lontano bombe più pesanti.

Per farla breve, verso la fine del 1944 un buon numero di abitanti dell’ovest americano cominciò ad avvistare qua e là nel cielo degli oggetti non chiaramente definibili, i quali o cadevano in mare oppure cominciavano ad alzarsi e abbassarsi senza logica, per poi esplodere da soli in aria.

Per evitare problemi, e considerando il periodo di comprensibile tensione dell’epoca, l’aviazione americana pensò bene di abbattere tutti i circa 280 palloni che riuscì a individuare e le autorità zittirono giornali e radio che fossero venuti a sapere di questa situazione. Perché era chiaro che il vero obiettivo dei giapponesi era fondamentalmente quello di instillare la paura nella popolazione dei suoi nemici.

E fu così che, a quel tempo, nessuno seppe niente di quello che era successo.

Forse sarà il confronto con le uniche – e ben diverse – bombe che gli americani sganciarono su Hiroshima e Nagasaki qualche mese dopo. O forse il rapporto tra l’immane sforzo di produzione delle “Fu-go” rispetto al loro effetto praticamente nullo. O forse ancora la semplice follia dell’idea giapponese di colpire la più grande potenza del mondo occidentale con delle mongolfiere di carta.

Il fatto è che questo è uno dei pochi atti di guerra in cui, immaginando migliaia di piccoli palloni artigianali vagare per i cieli sopra gli oceani nella inutile ricerca di un posto dove provare a farsi esplodere, si riesca a intravvedere una qualche forma di poesia.

Insensata e triste, come qualsiasi cosa che abbia a che fare con la guerra.

Ma pur sempre poesia.

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